Per la prima volta dopo oltre vent’anni David D’Antoni non inizierà la stagione. Prima da calciatore professionista, poi da dilettante con le maglie di Flaminia e Sorianese infine da allenatore di Sorianese, Monterosi e Cynthialbalonga.
E’ un’estate un po’ anomala per il tecnico capranichese con il quale abbiamo fatto una bella chiaccherata ad ampio raggio.
Mister D’Antoni, il play off con la Cynthialbalonga tra virgolette non è bastato per la conferma. Si sono scelte strade diverse.
“Io penso che prendere una strada diversa sia la soluzione più giusta per entrambe le parti. Si era parlato un mese prima dei play off di una ripartenza insieme, io avevo detto che avremmo dovuto apportare alcuni cambiamenti. Il presidente era d’accordo con me poi si sono scelte altre strade. Ho trovato comunque un ambiente familiare, ho avuto un bel rapporto con tutti e con il diesse Tomei che mi ha sostenuto nei momenti difficili. Giorgio è una persona leale e direttore capace. Sotto l’aspetto calcistico ad Albano e Genzano hanno alzato l’asticella ma per raggiungere certi obiettivi non serve solo il calcio ma le gestione e l’organizzazione. Qui c’erano due modi diversi di pensare. La squadra ha comunque raggiunto un obiettivo che da fuori può sembrare minimo ma per chi ha vissuto la stagione sa benissimo che ci sono state tante vicissitudini, a partire dal fatto che abbiamo cambiato tre campi da gioco oltre a quello di colmare il gap nei confronti di certe realtà più assodate”.
Negli ultimi sette anni il suo curriculum è stato: due campionati vinti dall’Eccellenza fino alla C, due secondi posti ed appunto il play off della passata stagione. E’ sua la media punti più alta della serie D. Nel calcio di oggi i risultati non bastano?
“Il ruolo dell’allenatore è molto difficile da svolgere perché ci sono dinamiche che vanno al di là del lavoro stesso. Si è fatta un po’ di confusione negli ultimi anni. Si parla solo di allenatori che raggiungono o no i risultati. Nella scelta da parte di una società non si va sempre a cercare l’allenatore migliore. Per la prima volta non partirò dall’inizio ma questo deve essere anche un punto di riflessione, per capire dove ho fatto degli errori. Però siamo in un calcio dove sempre più i presidenti vogliono fare gli allenatori e gli allenatori i presidenti”.
Tutti l’hanno definita favola Monterosi. Mai termine più appropriato dal momento che nessuna squadra del Lazio è riuscita ad emularla ed approdare ai professionisti nonostante fosse una piccola realtà. Bravi voi o nel Lazio sta diventando difficile fare calcio?
“Penso che a livello generale ci sia un problema grosso su come fare calcio. Nei dilettanti sono partito dal Monterosi e l’ho catalogata sempre come una situazione standard per la serie D. Invece mi rendo conto che quello che abbiamo creato era di un livello importante per la categoria. Ed i risultati sono stati il frutto di questo e di una organizzazione molto snella ma allo stesso tempo efficiente dove eravamo io, Donninelli ed il presidente Capponi. Oggi le società in estate pensano solo a prendere il difensore, il centrocampista e l’attaccante a determinate cifre senza curare piccoli dettagli che alla fine fanno i punti: video analisi delle partite, preparatori atletici, attrezzature di allenamento, infermeria, addetto stampa e comunicazione. Mi sono reso conto che tutto questo non è scontato ed invece è una delle problematiche che il calcio attuale possiede. Tutti vogliono vincere, tutti spendono i soldi ma a mio giudizio bisognerebbe investire su strutture, organizzazione e personale che lavorano intorno alla squadra. Quindi sì favola Monterosi ma con un grandissimo lavoro pur facendo cose semplici. Infine la cosa che più mi fa pensare è che l’ultimo staff che ha vinto la serie D, dal diesse Donninelli al video analista Maestà, al preparatore dei portieri Morelli sta in blocco a casa”.
In estate l’abboccamento con Camilli e la Favl Cimini ma poi non si è fatto più nulla.
“Ci sono state delle chiacchere quest’estate che poi non si sono concretizzate. Credo che prima debbano sistemare la questione stadio e poi progettare qualcosa per Viterbo. Una piazza così non può stare senza calcio. Manca una stabilità a livello societario, Camilli la può dare e spero che possa portare un po’ di lustro ad una città che merita di stare nel professionismo”.
Tredici laziali al via, gironi ancora da definire. Chi vedi tra le più quotate?
“Parlando di quelle che storicamente fanno campionati importanti dico che l’Ostiamare ha lavorato bene, ha fatto una squadra con Mencagli, Icardi, Tomas, Cardella, Buono sono giocatori di livello nazionale. Il Cynthialbalonga ha fatto una squadra giusta, meno blasonata ma di più sostanza con un allenatore che in più conosce bene l’ambiente. La Flaminia è partita con un progetto da un paio di anni, stanno provando a dare giustamente continuità ed alzato l’asticella con giocatori importanti. Spendo una parola per il Trastevere, la migliore del Lazio perché spendono meno delle altre ed ottengono sempre ottimi risultati. Hanno una grande identità, questa serve per campionati di vertice, quella che noi avevamo a Monterosi e con la continuità riescono ad arrivare sopra ad altre grazie alla metà del budget”.